In quel giorno
- Mario Ambrosone

- 1 ago 2025
- Tempo di lettura: 1 min
“Dopo queste cose, io vidi, ed ecco una porta aperta nel cielo ...” - Apocalisse 4:1

Mi reco settimanalmente al carcere della mia città per far visita ai detenuti. Un giovedì mattina mi imbatto in una delle poche scene piacevoli che possono capitare in un luogo come quello: appesantita da due enormi borse, una donna arranca verso l’enorme cancello di ferro che, aprendosi, le restituirà la libertà. Gioioso, mi precipito verso di lei e la aiuto fino all’uscita, mentre un gruppo di ragazze e ragazzi riprendono festanti l’evento con i telefonini. Mogli e figli? Figlie e mariti? E così, mentre mi avvio ai reparti con un sorriso sulle labbra, a un tratto delle lacrime cominciano a rigarmi il volto. Cerco di trattenermi, ma non posso. Diventa un pianto di commozione. L’evento che ho appena vissuto mi proietta con la mente a quella “porta nel cielo”. Commosso fino alle lacrime, penso ai santi che attendono i loro cari “alla porta” in un tripudio di gaudio e gioia, accompagnati da miriadi di angeli festanti. Ma la commozione è mista a preoccupazione: “Lo vedrò Signore? Sarò degno di entrare per godere coi santi e con Te l’eternità?” Affermiamo di essere salvati per grazia e non v’è nulla di più vero! Ma stamane, al cospetto di “quella porta”, non riesco ad esser superficiale. Non riesco ad avere un cuor leggero e mi chiedo: sto perseverando nella fede, nella grazia e nella santificazione, “senza la quale nessun occhio vedrà il Signore”?
Mario Ambrosone



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